Le Religioni del mondo, le principali religioni-Sulle ali dell'infinito di Luca Garbin

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Sulle ali dell'infinito di Luca Garbin

Le Religioni del mondo

religioni
Le religioni nel mondo

Lingua e religione sono gli elementi culturali più importanti, si può dire costituiscano i fili essenziali del tessuto sociale. La religione come la lingua, anche se in modo diverso, conferisce identità. Allo stesso tempo, come le lingue, le religioni sono in costante trasformazione. La loro penetrazione nel tessuto sociale può subire accelerazioni o rallentamenti  o comunque processi di stagnazione. Il nuovo clima politico dei paesi dell’ex Unione Sovietica ha aperto la porta al proselitismo laddove, fino ad una decina di anni fa, la pratica religiosa era spesso clandestina. La pratica religiosa segna anche il paesaggio culturale, si esprime in molte consuetudini di vita come nel modo di vestire o nell’alimentazione ed ancor più in quelle più propriamente legate alla vita di relazione o culturale.
Forte elemento di unione, la religione è stata ed è attualmente anche fonte di divisione e conflitti, come nel caso dell’Irlanda del nord, della ex Yugoslavia, dell’India, di alcuni paesi del Medio Oriente, dell’Asia sud orientale ed altrove. 
L’attuale quadro distributivo delle religioni affonda le sue radici in una complessa gamma di motivazioni storiche, sociali, psicologiche, spesso strettamente connesse alle condizioni dall’ambiente geografico che, pur senza influenzarne deterministicamente genesi e sviluppo, contribuiscono a delimitare ed a caratterizzare l’estensione di ciascun credo. Tale ripartizione non si configura affatto in maniera statica, sia perché è quasi impossibile procedere ad una chiara e definita classificazione a causa della presenza di numerose sette e di non poche deviazioni dottrinali. D’altronde la stessa area delle grandi religioni non è neppure storicamente stabile, ma sottoposta all’influsso di molteplici eventi che hanno provveduto ad ampliarla e/o a restringerla. Si pensi ad esempio alle conversioni operate dall’islam nell’Africa tropicale o a quelle realizzate dai missionari cristiani, o alla stessa diaspora ebrea o ancora popolamento del nord America ove il cospicuo afflusso di immigrati irlandesi, italiani e polacchi ha posto il cattolicesimo al vertice nel quadro complessivo dei movimenti confessionali statunitensi. Gli spazi geografici delle diverse confessioni possono sovrapporsi o intrecciarsi variamente o rimanere nettamente distinti tra loro. Così mentre i paesi scandinavi sono luterani quasi al cento per cento, nella Svizzera coesistono cantoni protestanti accanto a cantoni cattolici, in Germania si alternano regioni a maggioranza cattolica ed altre a maggioranza protestante. Il Libano a sua volta presenta una struttura chiaramente policonfessionale (sunniti, sciiti, wahhabiti, cristiani maroniti), spiegabile in gran parte con le numerose invasioni subite nel corso della tormentata storia. Né occorre trascurare quelle aree contrassegnate da una diffusa indifferenza o del tutto prive di qualsiasi impronta religiosa, ampiamente sostituita dalla pratica più o meno fideistica di una ideologia filosofico politica.
Ci sono stati periodi scanditi dalla grande forza espansiva di talune religioni che spesso si sono trovate in antitesi con altre e momenti caratterizzati da maggior equilibrio. Il quadro attuale può essere considerato relativamente statico. Due fenomeni sono i più significativi: il primo è determinato dal grande movimento di fedeli islamici relativo all’immigrazione terzomondista verso i paesi sviluppati. Il secondo è un marcato processo di laicizzazione che caratterizza molte aree in varie parti del mondo.
Mano a mano che l’uomo ha progredito nel suo plurimillenario processo di incivilimento, la religione ha sempre partecipato oro a caratterizzare certi comportamento, ora a qualificare determinate culture, ora a plasmare in modo peculiare molteplici e vasti paesaggi geografici. L’influenza esercitata dalla religione sul territorio e sulle comunità umane è dunque senz’altro notevole. Ciò è stato evidenziato da vari autori che tuttavia si sono soffermati maggiormente sugli aspetti esteriori e visibili, a volte trascurando il ruolo, rilevante e decisivo, che le confessioni religiose hanno esercitato sulle condizioni socioeconomiche degli uomini. Così di volta in volta è stata data grande importanza a taluni elementi formali concernenti ad esempio la disposizione della casa , l’inserimento dei monumenti sepolcrali nel paesaggio, i tipi di edifici religiosi, la pianta rituale delle città, e si è magari trascurata la distribuzione spaziale degli uomini e delle loro attività, legate in parte all’origine religiosa di numerose città (si pensi alle cosiddette reducciones create dai missionari in America Meridionale), alle migrazioni di profughi, agli interventi sulla procreazione, nonché a taluni dettami incidenti sull’economia (si pensi al divieto dell’uso della carne suina e del vino presso i musulmani, al divieto di uccisione di animali sacri quali i bovini presso gli induisti o a quello relativo all’astinenza dalla carne ogni venerdì o dal lavoro nei giorni festivi presso i cattolici). Allo stesso tempo bisogna ricordare taluni generi di vita, temporanei o definitivi, profondamente radicati nella religione e incentrati sui determinati spostamenti di persone legati ad importanti pellegrinaggi che alimentano una vasta gamma di attività di lavorazione e di vendita degli oggetti sacri, originando talvolta veri e propri centri manifatturieri e commerciali di rilevante interesse. Un esempio significativo in tal senso può essere prodotto dall’Islam che, nonostante la marcata varietà del suo modello comportamentale, ha sempre conferito una peculiare impronta al generale processo di civilizzazione nel quale un peso sempre determinate è assunto dalla città, nodo basilare della vita religiosa e sociale, nonché teatro esclusivo di quell’intenso dinamismo commerciale che trova nel bazar il suo fulcro vitale. Al contrario scarso è risultato per il mondo islamico l’interesse offerto dall’ambiente rurale a causa, da un lato, della complessità e della precarietà del rapporto di proprietà che hanno contribuito a far disaffezionare l’individuo alla terra, dall’altro al divieto concernente l’uso di taluni generi alimentari che si è accompagnato non solo ad una cospicua contrazione della viticoltura, ma anche ad un forte disboscamento del manto forestale dei massicci mediorientali sottoposti all’azione devastatrice dell’allevamento ovino e caprino. 
La valutazione numerica degli adepti di ciascuna confessione religiosa è una valutazione difficile e comunque molto approssimativa. In molti paesi tutti i cittadini vengono dichiarati appartenenti alla religione dominante e ciò sia in stati con scarsa attenzione per i diritti delle minoranze, che in altri in cui c’è libertà di culto. Proprio per questo motivo non si fanno statistiche ufficiali in merito, né durante i censimenti si richiede di dichiarare l’appartenenza a questa o quella fede. 
Le religioni sono così numerose e tra loro differenti che ogni tentativo di catalogarle potrebbe portare ad una eccessiva frammentazione o all’incompleta interpretazione di tutta quella vasta gamma di elementi strutturali e contingenti che convergono a formare ed a caratterizzare un determinato credo. Comunque, in termini spaziali (per quanto almeno riguarda l’origine) è possibile prospettare una tripartizione delle principali religioni che interessano oggi la stragrande maggioranza della popolazione mondiale. Nel primo gruppo si possono includere le confessioni originarie dell’Asia sud occidentale, rappresentate dall’ebraismo, dal cristianesimo e dall’islam. Queste sono rigidamente monoteistiche, egualitarie nelle loro implicazioni sociali, etiche nel loro insegnamento e in genere improntate ad una visione ottimistica della natura e delle finalità dell’universo. Gli scritti sacri possono essere intesi a fondo solo rapportandoli alla struttura dell’ambiente fisico e culturale delle terre aride e semi aride ove si sono avvicendate civiltà pastorali e nomadi, espressioni tipiche della vita socioeconomica di quel mondo. In tutte queste fedi è posta una forte enfasi sull’assoluta sovranità divina, enfasi che talvolta scivola verso l’accettazione incondizionata o lo stesso fatalismo. Due religioni di questo gruppo, ebraismo e cristianesimo, hanno rappresentato le basi spirituali della cultura del mondo occidentale, giocando un ruolo assai importante nella caratterizzazione della filosofia, del pensiero e dell’etica. La terza, ossia l’islam ha prodotto una propria sfera culturale chiusa e quasi antitetica nei confronti di quello stesso mondo occidentale da cui fu sempre a sua volta scarsamente compresa nella propria essenza intrinseca. Il secondo gruppo include le religioni originarie del subcontinente indiano: induismo, buddismo, giainismo, sikhismo. In esse si possono facilmente distinguere due diversi livelli di culto: il primo di carattere mistico e filosofico, il secondo impregnato di una notevole dose di ritualismo e magia. Questo secondo livello ha naturalmente maggiore importanza nella formazione culturale e nella caratterizzazione dei paesaggi umani. 
Tutte queste religioni sono politeistiche, ricche di implicazioni sociali, classiste e castiste (ad eccezione del sikhismo), scarsamente etiche nei loro insegnamenti ed in genere improntate ad una visione pessimistica delle finalità della natura e dell’universo. Gli scritti sacri sono per lo più poco noti ai seguaci, ai quali pertanto offrono scarso conforto metodologico e modesto appoggio spirituale. 
Il terzo gruppo comprende le religioni originarie dell’estremo oriente (confucianesimo, taoismo e scintoismo) che a rigore non dovrebbero essere considerate religioni in  senso stretto, considerato il loro debole legame con il sovrannaturale ed il forte collegamento con un certo modo di vivere terreno. L’inclusione di queste filosofie di vita tra le religioni si può giustificare per il fatto che esse si sono sviluppate in un contesto di pratiche confessionali molto antiche che, attraverso un lungo processo evolutivo, sono state via via assorbite insieme all’oscuramento dei loro insegnamenti etici e morali. Nelle loro forme più popolari queste religioni tendono ad essere politeistiche, fortemente nazionalistiche, ed in genere improntate ad una ottimistica visione della natura e dell’universo. Tra i loro seguaci più evoluti culturalmente c’è scarsa preoccupazione per il sovrannaturale, mentre tra le masse si nutre forte rispetto per la divinità i cui favori vanno conquistati con sacrifici e riti propiziatori. Tali religioni prospettano una sorta di sopravvivenza dopo la morte senza però delineare mai in modo chiaro e netto le caratteristiche peculiari di tale esistenza. In aggiunta a questi tre grandi gruppi esistono molte religioni locali o tribali in varie parti del mondo. Si tratta delle cosiddette religioni primitive che presentano un contenuto scarsamente filosofico e riservano molto spazio ai problemi contingenti della sopravvivenza in un mondo per lo più concepito come luogo di perenne scontro tra spiriti buoni e cattivi. Il punto di riferimento di tali pratiche viene ad essere quasi sempre l’uomo che può controllare autonomamente gran parte dell’influenza degli spiriti. La sua responsabilità sta quindi nel manipolare le forze soprannaturali per il perseguimento di fini personali o collettivi. Esempi di religioni primitive possono trovarsi in Africa Nera, Melanesia, Polinesia, Indonesia e America Latina. 
di 
Filippo Amelotti



cattolicesimo

Cattolicesimo romano e Cristianesimo
Esistono approssimativamente 1.3 miliardi di cattolici romani dichiarati intorno al mondo. Sebbene la Chiesa Cattolica Romana si sia sempre identificata con il Cristianesimo, esistono delle differenze fondamentali tra le due. I cattolici romani in generale si identificano come cristiani ma, ai fini di distinguere le due divisioni della fede cristiana, i seguaci del cattolicesimo romano vengono considerati cattolici, mentre i seguaci non-cattolici della fede cristiana vengono chiamati cristiani. Esistono approssimativamente 900 milioni di persone in tutto il mondo che professano di essere cristiani non cattolici. Il nome deriva dal fatto che i primi seguaci di Gesù di Nazaret furono chiamati cristiani (Atti 11:26), che significa letteralmente "piccoli Cristi". "Cristo" è la parola greca per l’ebraico Messia, "unto". Anche se i cristiani frequentemente si identificano con particolari confessioni quali i Battisti, Metodisti, Presbiteriani, Luterani, Pentecostali e Nazareni, si riconoscono universalmente come cristiani. Il cristianesimo spesso viene chiamato in senso collettivo "la chiesa", un termine indistinto che indica anche congregazioni locali, edifici e persino confessioni specifiche. 


islam

Islam
La parola “Islam” significa in senso letterale “sottomissione”, e, di conseguenza, un musulmano è "chi si sottomette a Dio". L’Islam si basa principalmente sugli scritti di Maometto, che sono riportati nel Corano. Oggi ci sono circa 1.3 miliardi di musulmani nel mondo. L’Islam è rappresentato in tutto il mondo. Anche se per la maggior parte viene associato con il Medio Oriente, le popolazioni musulmane più numerose si trovano in Asia. Indonesia, Malesia, Pakistan, Bangladesh, e India hanno un numero considerevole di persone nella loro popolazione che è di fede islamica. 

I cinque Pilastri

Il Corano ha fissato con chiarezza gli obblighi fondamentali per un credente musulmano. Essi sono comunemente chiamati i cinque pilastri dell'Islam e sono:

1 - La testimonianza: "non c'è altro Dio fuorché Dio* e Muhammad è il suo Profeta" ( asc-Sciahada );

2 - le cinque preghiere quotidiane (as-Salat);

3 - il pagamento dell'imposta coranica (az-zakat);

4 - il pellegrinaggio alla Sacra Casa cioè a La Mecca (al-Hagg);

5 - il digiuno del mese di Ramadan (as-Saumu).

1 - La testimonianza è una professione di fede nell'unicità del Creatore e un riconoscimento della Verità del Profeta. La prima parte: "non c'è altro Dio fuorché Dio" rappresenta il movimento dell'uomo verso il Divino il suo distinguere il reale (Dio) da tutto ciò che non è reale, ossia che è fuori da questa relazione. Nella seconda parte: "Muhammad è il suo Profeta" Dio si muove in direzione dell'uomo e attraverso il Profeta Muhammad comunica agli uomini il suo messaggio. Per diventare musulmani basta pronunciare la professione di fede (asc-Sciahada) davanti a dei " probi testimoni musulmani " o ad un dottore delle legge islamica. Nello spirito del Corano quest'atto personale e volontario ha valore di contratto e nessuno ne può rimettere in causa la sincerità se non una solenne dichiarazione di abiura.

2 - Le cinque preghiere quotidiane. All'alba, a mezzo giorno, nel pomeriggio, al crepuscolo e di notte tutti i musulmani in buona salute, devono prima lavarsi e poi rivolgersi in direzione di La Mecca per rendere lode a Dio. Le abluzioni sono il simbolo del ritorno dell'uomo alla primitiva purezza. Se il credente è a casa sua, sceglie un angolo pulito e prega generalmente su un tappeto o su una stuoia. In Moschea la liturgia non cambia, ma le direttive vengono date ad alta voce dall'Imam il religioso o il laico che conduce la preghiera. Il musulmano può pregare anche in ufficio o per strada o dovunque si trovi. Ognuna delle cinque preghiere è codificata da una liturgia che comprende sia il piano individuale che quello collettivo. La preghiera è anche il momento privilegiato del rapporto intimo con Dio, la confessione diretta. L'incontro con Dio può essere moltiplicato nelle preghiere solitarie, silenziose anche in strada di giorno e di notte.

3 - Il pagamento dell'imposta coranica non è soltanto un elemosina, ma è un atto di solidarietà concreta e costante con il resto della comunità e una purificazione dei beni legalmente acquisiti. All'inizio atto volontario e libero, l'elemosina ha avuto con il tempo e con l'espansione della nazione musulmana un evoluzione verso forme fiscali che si avvicinano alla pratica moderna delle imposte. Dai musulmani viene inoltre molto praticata anche l'elemosina libera per aiutare i più bisognosi.

4 - Il pellegrinaggio alla Sacra Casa, a La Mecca. Ogni musulmano in possesso dei mezzi fisici e materiali deve recarsi almeno una volta nella vita a La Mecca. L'origine di quest'obbligo affonda nelle tradizioni dell'Arabia pre-islamica. Quando entra nel perimetro sacro, vietato ai non musulmani, il pellegrino si purifica, abbandona i suoi vestiti e indossa un pezzo pezzo di stoffa non cucito e semplice sandali. Va incontro a Dio pronunciando una sola parola: LABBAYKA, eccome a te. Gira sette volte attorno al cubo sacro e bacia una volta la pietra nera che sta alla base del cubo. Dopo la grande preghiera condotta dal gran Cadì (Giudice) di La Mecca, il pellegrino si dirige verso la valle di Mina e là venera la memoria di Abramo. Poi si reca sul monte Arafat dove in piedi da mezzogiorno al crepuscolo recita i versetti del Corano che celebrano la gloria del Signore. L'atto finale è il sacrificio rituale di un bovino, più spesso un caprino in ricordo del sacrificio di Ismail, l'antenato degli Arabi, per mano di Abramo. Il valore sociale che assume il pellegrino di ritorno da La Mecca è grande: ormai è considerato un saggio e la gente tiene conto dei suoi consigli. I poveri sono dispensati da queste prova. Il pellegrinaggio a La Mecca permette infine l'incontro della Comunità musulmana mondiale e è il simbolo di un viaggio interiore all'interno di se stessi.

5 - Il digiuno del mese di Ramadan. La seconda Sura del Corano obbliga tutti gli adulti in buona salute a digiunare dall'alba al tramonto, tutti i giorni, nel mese lunare del Ramadan, periodo della rivelazione del libro. Fra tutti gli obblighi il digiuno è il più osservato, in alcuni paesi caldi, la mancanza di cibo e di acqua può rendere la prova faticosa, ma questa non assume mai il carattere di espiazione dolorosa, ma di un'offerta a Dio in cui l'anima domina il corpo. E' evidente come l'interruzione volontaria del ritmo vitale rappresenti la libertà dell'uomo dal proprio "io" e dai desideri che ne derivano. E' anche il ricordo che in noi abita " colui che ha fame" come un alter ego fragile, imperfetto da strappare alla miseria e alla morte.

 
ISLAMISMO e CRISTIANESIMO le differenze
Si riportano brevemente le differenze tra le due religioni monoteiste, in particolare tra Islamismo e Cattolicesimo:
1) Islam: unità-unicità di Dio
Cattolicesimo: unità e trinità di Dio
Dobbiamo richiamare alla memoria che l'affermazione dell'unicità di Dio e della sua unità è uno dei cardini della fede islamica e che la negazione della trinità, anche se probabilmente è stata fraintesa da Maometto, è chiara e chiaramente espressa nel Corano (Cor 4,17). Da questo punto di vista dunque il Corano intende essere proprio la correzione di ciò che i nasara (così sono chiamati i cristiani nel Corano) andavano dicendo e credendo di Dio e di Gesù Cristo. Come credenti in un Dio uno ma anche trino i cristiani vengono considerati mušrikun (cioè «associatori» o «politeisti») e, nella mentalità popolare attuale, sebbene il Corano li associ agli Ebrei chiamandoli ahl al-kitab («gente del libro») prevedendo uno statuto particolare protetto all'interno della comunità islamica in quanto non del tutto politeisti, talvolta i cristiani vengono considerati come kafiruna cioè come «reprobi» e «infedeli».
Non possiamo dimenticare da questo punto di vista la fatica con la quale la Chiesa primitiva è andata custodendo le verità essenziali non solo sull'unità di Dio, ma sulla piena divinità e umanità di Cristo e sulla divinità dello Spirito. Essendo Dio in se stesso una comunione di persone che chiama alla comunione con sé, appare già la totale divergenza da una visione islamica di Dio che è anche già visione dell'uomo: non chiamato alla comunione con Dio nella figliolanza adottiva nella quale gridiamo «Abba», Padre (Rm 8,15), ma pensato per essergli 'abd («servo») o al massimo halífah («servitore califfale») che invoca Dio chiamandolo rabb «Signore»), rah-man («clemente») e rahím («misericordioso») ma sempre rabb «Signore»).
Tra i novantanove nomi di Dio che la tradizione islamica ha assunto o desunto dal Corano, è rigorosamente escluso il nome «Padre» (attributo incompatibile con il Dio coranico e negato dal Corano stesso)[che invece è la caratteristica precipua della preghiera insegnata da Gesù stesso ai suoi discepoli.Dobbiamo notare inoltre come le Chiese arabofone abbiano in parte mantenuto i vocaboli coranici per esprimere la propria fede e per pregare Dio nella liturgia e (Alldh «Dio», Masíh «Cristo» o «Messia», Ruh «spirito») ma abbiano cercato anche di distanziarsi dai musulmani con un vocabolario proprio (Ab «Padre», talut «Trinità», rahum «misericordioso», ecc.). Perciò tutta l'economia sacramentale dei misteri «santi e vivificanti» mostrano come la tradizione cristiana, e in particolare quella ortodossa e quella cattolica, abbia vissuto attraverso la pratica sacramentale e in particolare nella celebrazione dell'eucaristia il mistero di un Dio comunione-di-persone che invita l'uomo alla comunione con la vita divina.
2) Islam: inconoscibilità di Dio e verità del Corano
Cattolicesimo: inconoscibilità e rivelazione di Dio
Ribadendo che Dio è 'alim (sciente) e che tutto conosce in contrapposizione all'uomo, che la verità viene dal Signore (Cor. 2,148), il Corano suggerisce che Dio non può essere conosciuto e che e che ha voluto rivelare di sé ciò che ha voluto e ribadisce la gratuità della rivelazione che Dio ha fatto della propria volontà nel Corano. Di fronte alla rivelazione di Dio che si è attuata in modo particolare nella rivelazione dei suoi «libri», termine tremendamente ambiguo nel Corano, tra i quali la legge di Mosè e il Vangelo - che però nella forma attuale sono ritenuti falsificati -, l'unico messaggio sicuro di Dio rimane il Corano, le uniche parole e sicure sono quelle ispirate da Dio a Maometto e da lui dettate e fatte trascrivere, mentre come parte secondaria ma vincolante e autorevole rimane poi la tradizione, la sunnah del profeta.
Di fronte a queste posizioni il dato della inconoscibilità di Dio debba essere accolto e recuperato dalla nostra stessa tradizione che, in parte influenzata dalla mentalità illuministica, ha recentemente sopravvalutato la capacità della ragione umana e ha messo in secondo piano alcuni dati propri della stessa tradizione cristiana. Che l'uomo sia in una condizione di distanza da Dio e che non sia per lui agevole conoscerlo in conseguenza del peccato originale viene affermato fin dalle prime pagine dell'Antico Testamento. Egli si nasconde al sopraggiungere di Dio e viene da lui esiliato dal giardino dell'Eden (Gen 3). Si ricorda inoltre che nessuno può vedere Dio e rimanere in vita (Es 33,20). Poiché l'uomo si trova in questa condizione nella quale rischia di esporre senza discernimento cose troppo superiori a se. stesso (cf. Gb 42), Dio ha fatto conoscere la sua legge e i suoi decreti a Israele (Sal 147) chiedendo i sacrifici ma soprattutto l'ascolto e l'obbedienza alla sua parola quale sacrificio a lui maggiormente gradito (Gen 22), la conoscenza e l'amore di Dio dal valore più grande degli olocausti (Os 6,6). Oltre alla manifestazione della propria volontà Dio stesso, per mezzo dei profeti, ha promesso che l'umanità intera sarebbe stata ricolmata della conoscenza di Dio e che la legge esterna all'uomo sarebbe stata trascritta nel suo cuore: tu conoscerei il Signore (Os 2,22); la conoscenza di Dio riempirà il paese come le acque ricoprono il mare (Is 11,9). Non dovranno più istituirsi gli uni gli altri dicendo: «Riconoscete il Signore», perché tutti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande, dice il Signore (Ger 31,34).
Nuovo Testamento si riprende il dato della inconoscibilità di Dio e la promessa della sua rivelazione per mostrare che ora è lui che, in Gesù Cristo, da lontano si è fatto vicino, da inconoscibile si è reso conoscibile: Chi intatti ha conosciuto il pensiero del Signore in modo da poterlo dirigere? Ora noi abbiamo il pensiero di Cristo (1 Cor 2,16). Nessuno mai ha visto Dio. Il figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui ce lo ha rivelato (Gv 1, 18). Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me ha visto il Padre. Come puoi dire: Mostraci il Padre? (Gv 14,9). Anzi di fronte all'uomo incapace di un'osservanza piena e totale della sua volontà manifestata nella Legge, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare coloro che erano sotto la legge, perché ricevessimo l'adozione a figli (Gal 4,4).
Solo se recuperiamo questi dati, quali l'inconoscibilità di Dio nella sua essenza, e se ci spogliamo di un'interpretazione illuministica ed esclusivamente razionale del «conoscere» biblico, possiamo vedere appieno la grandezza della rivelazione, cioè che Dio in Gesù Cristo si è voluto far conoscere. Ciò che gli uomini non potevano vedere rimanendo in vita ora invece lo possono contemplare e adorare: la Vita si è fatta visibile, noi l'abbiamo veduta e di ciò rendiamo testimonianza (1 Gv 1,2).
La tradizione cristiana perciò ha sempre dovuto mantenere vivi questi due poli opposti, intersecantisi in Gesù Cristo: Dio inconoscibile in Gesù Cristo si è fatto conoscibile, l'Invisibile si è fatto visibile, Colui che i cieli e i cieli dei cieli non possono contenere si è fatto uomo in Gesù, Dio è entrato nel tempo (un momento della storia) e nello spazio (in un luogo, in un popolo, in una cultura ... ) diventando così il centro del cosmo e della storia: Dio abbassò i cieli e discese (Sal 18, 1 0).
3) Islam: l'uomo deve mettere in pratica il Corano
Cattolicesimo: conoscenza e amore di Dio nello Spirito
Nella concezione islamica l'uomo «naturalmente» può riconoscere l'esistenza di Dio - e dal Corano stesso è invitato a questo -, ma in quanto creatura permane in una incapacità di conoscerlo: Sappi che la natura dell’uomo nella sua condizione originaria è stata creata vacua, ingenua, ignara dei mondi di Dio eccelso. L'uomo non è incorso in un peccato originale che abbia «offuscato» questa capacità. In ogni modo la verità viene partecipata tramite la profezia, di cui quella di Maometto e del Corano è la prima e indubitabile. Gli sciiti poi credono nella prosecuzione del carisma profetico di Maometto nei suoi successori. L'uso della razionalità umana nella tradizione islamica non è stata rifiutata ma, quando si tentò di indagare Dio, è stata ritenuta sospetta e pretenziosa. Il tentativo del movimento mu'tazilita di recuperare anche tramite l'eredità greca il valore della razionalità e delle verità enunciabili razionalmente da comporre con le verità della fede è stato dichiarato eterodosso. L'esegesi allegorica del Corano viene considerata sospetta e già condannata nel Corano stesso (Cor 3, 1 ss).
Se dunque i musulmani accolgono il Corano come legge di Dio rivelata, l'intelligenza e la razionalità dell'uomo entrano in gioco nel momento in cui si deve applicare questa legge alla vita, non nella comprensione del dato rivelato e tantomeno nella conoscenza di chi lo ha rivelato e della sua intenzione.
alla verità e alla novità della rivelazione di Dio in Gesù Cristo la Chiesa ha difeso contemporaneamente la concezione dell'uomo che ne consegue: volendo far conoscere se stesso all'uomo, D.io ha creato l'uomo «capace» di conoscerlo e di amarlo. Scriveva Gregorio di Nissa: Colui che vede Dio, per il fatto stesso che lo vede, ha ottenuto tutti i beni, una vita senza fine, l'incorruttibilità eterna, la beatitudine immortale, un regno senza fine, una gioia perenne, la vera luce (... ) ciò che il Verbo propone alla beatitudine sembra cosa né mai effettuata né effettuabile (... ) Ma le cose non stanno così, perché egli non comanda di diventare uccelli a coloro ai quali non ha fornito le ali, né di vivere sott'acqua a coloro per i quali ha stabilito una vita terrestre. Il magistero della Chiesa definisce: Piacque a Dio nella stia bontà e sapienza rivelare se stesso e far conoscere il mistero della sua volontà mediante il quale gli uomini per mezzo di Cristo, Verbo fatto carne, nello Spirito Santo hanno accesso al Padre e sono resi partecipi della divina natura (Dei Verbum 2). L'uomo pertanto è stato creato da Dio e per Dio, è stato creato a immagine di Dio (Gen 1,27), a immagine del Verbo incarnato, perché conoscendo e amando il proprio Creatore e Redentore raggiungesse la felicità in questa vita e lo godesse eternamente nell'altra. Anche se la Chiesa riconosce nel peccato originale un offuscamento e un'attenuazione della capacità dell'uomo di conoscere e corrispondere alla verità, tuttavia questa capacità non è mai tolta all'uomo.
Nel fare la volontà di Dio, il cristiano, poi, non è chiamato a mettere al centro la norma in quanto tale e ad applicarla, ma a penetrare lo spirito della legge per conoscere e amare sempre più colui che ha dato il comandamento e ha manifestato la sua volontà. Nella visione cristiana questa progressiva conoscenza non solo del comandamento ma anche di chi l'ha dato e del perché l'ha dato è necessaria per una vita autenticamente cristiana. Per fare ciò sia la capacità conoscitiva dell'uomo sia la sua volontà devono sempre essere sostenute e rese operanti dallo Spirito di Dio. Le discussioni che si sono agitate nella Chiesa antica e moderna circa la natura dell'uomo e l'opera della grazia e le dispute circa l'esicasmo nella Chiesa orientale hanno mostrato che è per l'opera dello Spirito di Dio operante soprattutto nella liturgia e nella celebrazione dei sacramenti che l'uomo da Dio stesso può essere progressivamente reso capace di conoscere Dio e corrispondere alla sua opera di santificazione.
4) Islam: rivelazione di Dio nel Corano
Cattolicesimo: rivelazione nel Verbo incarnato
La visione islamica di rivelazione è totalmente differente da quella cristiana. Se la rivelazione per eccellenza per i musulmani è avvenuta per opera di Maometto e si è concretizzata nel libro sacro, il Qur'an, per i cristiani la rivelazione si è andata dispiegando fin dai primordi della storia avendo in Cristo il suo culmine: tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui (Col 1,16). Perciò non si possono accettare quei comuni modi di associare musulmani, ebrei e cristiani come «religioni monoteiste» o «religioni dei libro» in quanto, oltre al fatto che si servono di un termine ambiguo e tutto da chiarire come quello di «religione», tradiscono già una mentalità coranica e islamica. Noi cristiani invece crediamo che prima che in un libro, recentemente Dio ci ha parlato per mezzo del Figlio (Eb 1,2). Non è a caso che le comunità cristiane orientali abbiano venerato le icone della Vergine con il suo Figlio perché in esse veniva rappresentato quello che Ignazio di Antiochia chiamava «il mio archivio»: Il mio archivio è Gesù Cristo, i miei archivi inamovibili la sua croce, la sua morte e risurrezione e la fede che viene da lui (Lettera ai Filadelfesi 8,2). Se perciò i musulmani credono che il Corano sia venuto per mezzo di Maometto che viene dichiarato «profeta», i cristiani riconoscono in Maria lo stilo, lo strumento materiale libero e consapevole di cui Dio si è servito perché il Verbo di Dio della forma di Dio prendesse la forma del servo (Fil 2,6.7) e si facesse uomo.
La Parola di Dio, il Verbo di Dio, innanzitutto è Gesù Cristo. Perciò la Chiesa, che è il suo corpo, continua il suo cammino nella storia consapevole di essere il prolungamento storico di quella manifestazione. Il confronto con la fede islamica che vede la rivelazione avvenuta in un libro non deve portare i cristiani a ridurre la rivelazione di Dio alle sacre Scritture. Inoltre Cristo, Parola di Dio e Verbo di,Dio, è sempre presente nella sua Chiesa in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa sia nella persona del ministro... sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che, quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. E presente nella sua parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la sacra Scrittura. E presente infine quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: «Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro» (SC 7).
A questo proposito si deve ricordare che la verità rivelata nella fede cattolica è storica, cioè si è maturata nella storia con la rivelazione di più libri - nel giro di un migliaio di anni e tramite più autori - che di volta in volta sono stati raccolti e che la Chiesa, dopo l'apparire del Verbo di Dio, non ha eliminato ma ha conservato e ha letto come preparazione alla rivelazione di Gesù nella consapevolezza di ciò che Gesù stesso dice: sono proprio esse che rendono te,testimonianza a me (Gv 5,39).
la dottrina dell'ispirazione è diversamente interpretata. Mentre nella tradizione islamica la partecipazione dell'uomo e della sua razionalità può solo offuscare e ottenebrare la parola rivelata di Dio, nella tradizione cristiana si è mostrato che Dio si serve della capacità veritativa dell'uomo posta da Dio stesso nell'uomo, per parlare agli uomini. Perciò i musulmani non parlano di ispirazione ma di tanzíl - «discesa» del libro -, e la dottrina tradizionale ha insistito nell'affermare l'incapacità di Maometto nel leggere e scrivere per sostenere la tesi dell'assoluta estraneità di una qualche facoltà di Maometto nella composizione del testo coranico. Invece, seppure con difficoltà, progressi e regressi, anche nel Vaticano Il si è ribadito ciò che già Pio XII, nella Divino afflante Spiritu, aveva affermato, che cioè Dio scelse degli uomini, di cui vi servì nel possesso delle loro facoltà e capacità (DV 11).
Se dunque nella rivelazione islamica si è cercato di arrivare a unificare i testi coranici e a chiarire come doveva essere letta ogni singola parola, nella rivelazione cristiana è nata la preoccupazione di fissare il -testo ispirato due secoli dopo l'incarnazione - e ancora non si -è smesso - e si è arrivati alla definizione del canone delle scritture ispirate solo con il concilio di Trento sotto la spinta della Riforma. La preoccupazione preminente della Chiesa pertanto fu non solo-di chiarire quale fosse il testo ispirato (cf. le esapla di Oricene), ma quali libri fossero da leggere nella comunità, cioè quali libri riflettevano la vivente tradizione apostolica.
5) Islam: la comunità difende il singolo
Cattolicesimo: la dignità della persona umana
prospettiva che vede una netta opposizione tra Islam e Cristianesimo riguarda il diritto e la persona umana. Il diritto va inteso come diritto della comunità (ummah), non della persona. L'Islam non conosce la parola «persona», il suo sinonimo è «fard» (individuo). Il fard è parte integrante e dipendente della grande società islamica (ummah). Dentro l'ummah egli ha diritti e doveri. Se abbandona la religione per ateismo o conversione a un'altra religione, perde tutti i suoi diritti, anzi, è passibile di morte per tradimento.Perciò la fonte dei diritti nei paesi a maggioranza islamica è la comunità islamica e, in ultima analisi, essa è garante dei diritti e dei doveri che il Corano e la legge islamica, la šari'ah, riconoscono, concedono e negano. Nei paesi che adottato la legge islamica i cristiani sono spesso considerati, alla stregua degli altri non musulmani, dei cittadini di seconda categoria impossibilitati o limitati a una partecipazione attiva nella società e nelle istituzioni. Così anche le discriminazioni delle donne rispetto agli uomini nel diritto processuale, nel diritto ereditario e in quello matrimoniale hanno il loro fondamento nel Corano stesso e sono più o meno codificate dalle legislazioni di ispirazione islamica.
Non si deve dimenticare invece come nell'esperienza del cristianesimo occidentale si sia fatto strada il diritto legato all'essere umano, alla persona umana. L'approfondimento che è stato fatto a livello delle dispute ci-istologiche del termine «persona» e l'applicazione nella formulazione della fede un solo Dio ín tre, persone ci richiama quanto il termine persona si sia arricchito di spessore nella cristianità, e come la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo sia frutto di una cultura cresciuta su radici cristiane ed evangeliche. Pur con titubanze legato per lungo tempo al modernismo, anche la Chiesa cattolica è arrivata a riconoscere la validità della Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo. Questo è il motivo fondamentale per cui la Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo non è riconosciuta in molti paesi che intendono applicare la legge islamica. Per questo motivo la Dichiarazione univer-sale dei diritti dell'uomo nell'Islam emanata dal Consiglio islamico d'Europa presso l'UNESCO nel 1981 rimane una dichiarazione che riguarda l'uomo nell’Islam. Similmente anche la Dichiarazione dei diritti dell'uomo nell'Islam promulgata al Cairo nel 1990 nella XIX Conferenza islamica dei ministri degli esteri, prevede, ad. es. all'art. 2, che: è vietato sottrarre la vita salvo che la šari'ah lo consenta, e pertanto subordina, in questo come in altri casi, i diritti dell'uomo alla šari'ah.
Non ci si deve nascondere inoltre che nei paesi a maggioranza islamica non è consentito abbandonare la propria fede islamica per aderire a un'altra. con il rischio anche della sentenza di morte, talvolta commutata in carcere. Il Corano, in materia di libertà religiosa e di apostasia, è diversamente interpretato e permane tutto il peso della tradizione nell'interpretazione del testo. Il principio che deve valere per il cattolicesimo - principio recepito nei codici giuridici contemporanei - è la libertà di coscienza della singola persona. Ciò che viene sottolineato nei paesi islamici è la dimensione collettiva della comunità islamica che non può essere «intaccata» dall'apostasia dei suoi membri senza che la scelta personale vada a detrimento della comunità.
6) Islam: l'Islam è religione e Stato
Cattolicesimo: la Chiesa non si identifica con lo Stato: la laicità
inizio del XX secolo, sullo sfaldamento dell'impero ottomano si andarono costituendo i vari stati nazionali, adottando ora forme di governo monarchiche, ora socialiste e, in ogni modo, ispirate alla forma parlamentare europea che sembrava la più vicina all'esperienza di Maometto e dei suoi compagni a Medina. Proprio nel momento in cui sorgevano gli stati nazionali, ciò che è stato recuperato, in particolare dalle correnti radicali, è stato il principio della non scindibilità di religione e Stato. Una delle poche eccezioni fu la Turchia dove, dopo una prima fase in cui si proponeva di liberare le «terre islamiche» e i «popoli islamici» e di respingere e scacciare l'invasore infedele,furono aboliti il sultanato e molte prescrizioni islamiche, adottando la domenica come giorno di festa, il calendario occidentale, vietando l'uso del velo, adottando l'alfabeto occidentale ecc. e ciò fu sentito come una de-islamizzazione. Ma a partire dalla prima metà del XX secolo gli ideologi del fondamentalismo hanno ribadito la non scindibilità di religione e Stato e hanno ribadito che l'Islam è dín wa-dawla cioè religione e Stato. La grave crisi che stanno correndo gli stati che hanno tentato strade di compromesso con le forme di governo occidentali è la fessura nella quale le idee fondamentaliste cercano di incunearsi, soprattutto nei ceti più poveri, per propagandare il ritorno all'Islam e l'abbandono di ogni compromesso con le forme di governo pqqidentale quale panacea di ogni malcontento e difficoltà.
In maniera opposta il Vaticano Il afferma che la missione propria che Cristo ha affidato alla sua Chiesa non è di ordine politico, economico e sociale: il fine, infatti che le ha prefisso è di ordine religioso (GS 42). E la convinzione che era propria dell'A Diogneto, quando si dice che i cristiani partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri (A Diogneto 5,5). Certo la parabola della storia ha presentato varie e numerose eccezioni, ma penso che la prospettiva sia quella che la Chiesa cattolica oggi persegue. Il concetto della laicità ò della autonomia delle realtà terrene è stato riconosciuto dal concilio (GS 36) ed è stato pure chiarito come questa autonomia debba mantenere un riferimento a Dio: La ricerca metodica di ogni disciplina, se procede in maniera veramente scientifica e secondo le norme morali non sarà mai in reale contrasto con la fede, perché le realtà profane e le realtà della fede hanno origine dal medesimo Dio (GS 36 citando CONC. VAT. 1, Dei Filius).
Da questo punto di vista perciò si può constatare come l'ingresso di numerosi musulmani in Europa abbia costretto o possa costringere a rivedere un concetto di laicità nel senso laicistico del termine, dove ogni riferimento a Dio o a una norma morale fondata su una visione cristiana dell'uomo viene sentito come aggressione alla legittima autonomia delle istituzioni. Non ci si deve nascondere tuttavia che, nei paesi islamici, nell'XI secolo della nostra era la separazione del potere religioso e politico non solo esisteva concretamente ma era elaborata e giustificata dottrinalmente. La domanda che si pone tuttavia è la seguente: il «fondamentalismo» o il «radicalismo» islamico al quale abbiamo assistito nel corso del XX secolo è espressione di una deviazione dal vero Islam oppure è l'espressione di una corrente che intende essere «musulmana» nel senso più genuino del termine?




sufismo

Il Sufismo 
l sufismo [1] o tasāwwuf [in arabo تصوّف] è la dimensione mistica [2] dell'Islam [3]; son detti sufi quanti praticano tale forma di ricerca.
Origini. Su quale siano le origini del sufismo, la questione è controversa: per alcuni studiosi si tratterebbe della continuazione di una preesistente (e perenne) filosofia esistenzialista preislamica, la cui espressione si inserisce nell'Islam [4][5]; altri, invece, sostengono la natura prettamente islamica del sufismo [6][7][8].
Fra questi, Titus Burckhardt, respingendo l'idea che vede il sufismo originato da fonti non-islamiche, rileva appunto l'inesistenza di elementi atti a ritenere che la catena di filiazione dei maestri sufi (silsila) non discenda per via diretta da Maometto; e aggiunge che, se il sufismo non fosse originato dall'Islam, i suoi appartenenti non potrebbero ricorrere al simbolismo coranico durante la ricerca spirituale ed esoterica. Sebbene non neghi del tutto influenze di elementi preislamici [9] (per forza di cose, non del tutto estranei alla natura teologica dell'Islam), ridimensiona la portata che questi ebbero sul sufismo. In definitiva, per Burckhardt il sufismo si è generato dagli insegnamenti tramandati dal Profeta [10].
Essenza. Parimenti discussa, inoltre, è la possibilità che l'essenza del sufismo si sia espressa sotto altre religioni o fenomeni metareligiosi. Chi vi si oppone ritiene che la sua essenza sia legata soprattutto agli insegnamenti di Maometto e, in seguito, a quelli di Ali; oltre che alla concezione islamica di Allah e della spiritualità in generale [11][12][13].
Ordini e tradizione. I sufi, appartenenti a diversi 'ordini' (comunità formatesi attorno a un maestro), si riuniscono per sessioni spirituali (majālis) in luoghi d'incontro detti zawiya, khanqa o tekke[14].
La tradizione sufi afferma che il movimento nacque da fedeli musulmani e compagni del Profeta (detti ahl al-ṣuffa, cioè 'quelli della panca'), i quali si riunivano per recitare il dhikr nella moschea del Profeta (di fronte alla stanza della moglie Aisha), a Medina[15].
Tutti gli ordini sufi ricollegano molti dei propri precetti agli insegnamenti di Maometto, così come tramandati da ʿAlī b. Abī Ṭālib, suo cugino e genero; tranne i Naqshbandi, che si ispirano ad Abū Bakr [16]. Tuttavia i musulmani aleviti e Bektashi (e alcuni sciiti) affermano che ogni ordine sufi deriva dal lignaggio spirituale (silsila) dei dodici imam, le guide spirituali islamiche previste negli ḥādīth dei dodici successori: tutti discendenti di Maometto tramite Fāṭima e ʿAlī. Perciò, ʿAlī viene considerato il 'padre del sufismo' [17][18].
In ogni caso, il sufismo è un movimento trasversale (al suo interno esiste una corrente sunnita, sciita e ibadita), come pure vi sono sunniti, sciiti e ibaditi che frequentano la sola moschea senza rifarsi a un maestro sufi.

induismo

Induismo
Induismo è una parola creata dal mondo occidentale per racchiudere il sistema dominante religioso e sociale dell’India. Tradizionalmente, coloro che chiamiamo indù si riferiscono alla loro religione come il “dharma”, che significa “la via” o “la religione”. Ci sono circa 900 milioni di indù nel mondo. Ovviamente, il maggior numero è in India. Dal momento che gli indiani sono emigrati in tutto il mondo, tuttavia, esistono molte comunità indù negli altri paesi. Il numero totale di indù in India è oggetto di controversia perché include fino a 300 milioni di "intoccabili" (dalit), i quali vengono ufficialmente annoverati come parte della struttura sociale indù ma ai quali non viene permesso di partecipare pienamente all’Induismo. 

buddismo

Buddismo
Il Buddismo si basa sugli insegnamenti di "Buddha", che significa "illuminato". Questa religione presenta numerose divisioni, ma "Buddismo" è l’unico termine appropriato che le includa tutte. I suoi seguaci, indipendentemente da quanto possano essere divergenti le loro credenze, sono felici di essere chiamati buddisti. Il Buddismo ha circa 360 milioni di seguaci e si trova al quarto posto, dopo il cristianesimo, l’islamismo e l’induismo. Il buddismo si originò in India. È predominante nelle sue forme più tradizionali nello Sri Lanka e in gran parte del Sudest Asiatico (Thailandia, Birmania, Laos e Cambogia). Inoltre ha assunto varie forme in molte altre nazioni asiatiche, particolarmente nel Tibet, Corea, Cina e Giappone. Oggi il Buddismo viene frequentemente adottato dagli occidentali, anche se spesso in forme non tradizionali. 


giudaismo

Giudaismo
Il giudaismo ricava il suo nome dalla tribù di Giuda, una delle dodici antiche tribù di Israele. Quindi, letteralmente, è la religione di coloro che provengono dalla tribù di Giuda, chiamati giudei. Tuttavia, essere ebreo si riferisce a una identità etnica tanto quanto a una fede, e oggi ci sono molti ebrei non praticanti, sebbene siano felici di essere chiamati ebrei sia sul piano etnico che culturale. Oggi si calcolano circa 15 milioni di ebrei praticanti nel mondo. 


bahai

Bahai
Il termine Bahai letteralmente significa "seguace di Baha" e si riferisce a Baha'ullah, il fondatore della religione. Bahai ha più di sette milioni di membri. Si origina in Iran ed è rappresentato in ben più di 200 paesi del mondo, secondo solo al Cristianesimo (in oltre 250), ma molto più avanti dell’Islam, che si trova in circa 175 paesi. 
RELIGIONI NATE IN INDIA
 


sik

SIKHISMO
Fedeli: 23.000.000
Diffusione: Punjab (India), Sri Lanka, Gran Bretagna Fondatore: Nanak (1469-1538)
Vivono principalmente nel nord dell'India, non riconoscono il sistema delle caste e considerano importante solo la parola di dio espressa dai vari guru
 
 
giainismo
 
GIAINISMO
Fedeli: 4.000.000
Diffusione: Gujarat (India), USA
Fondatore: Vardhamana, chiamato Jina, "il vincitore"
Antica religione indiana (559-527 a.c.) il fondatore 550 anni a.c.
L'uomo dovrebbe trattare tutte le creature del mondo come lui stesso vorrebbe essere trattato
Religione vegetariana
Lo Jainismo è una corrente filosofica a forti connotazioni religiose affermatasi nel VI secolo B.C. grazie a Vaddhamana (599- 527 B.C.), più noto come Mahâvira "grande eroe" e considerato l'ultimo di un guruparampara o lignaggio di ventiquattro maestri, noti come Jina o "vincitori".

Si ritiene che Vaddhamana abbia tratto il suo insegnamento dal precedente Jina, Paseva, che viene considerato appartenente al IX, VIII secolo B.C. Figlio del ragià Siddharta e di Trisola, Vaddhamana nasce a Kundeggana, sobborgo di Verali (oggi Patna nel Bihar); dopo avere già avuto un figlio, a trent'anni, decide di abbandonare famiglia e regno, donando le sue ricchezze ai poveri e divenendo un asceta. Vaddhamana aggiunse ai quattro precetti di Paseva (non uccidere, non mentire, non rubare, rinunciare del possesso), la castità e rese obbligatoria la confessione, prima  solo facoltativa.

Raggiunta la suprema conoscenza, dopo dodici anni di penitenza, costituì una comunità non solo di monaci «Yati», seguaci delle regole più severe, ma pure di laici o auditori «savaga». Da documenti a noi pervenuti, apprendiamo che alla sua morte (avvenuta a Pava, presso Patna, all'età di settantadue anni) la comunità da lui fondata comprendeva 14.000 asceti, 36 monache, 159.000 laici, 318.000 laiche.

La sua figura per molti versi coincide con quella del Buddha storico, ed è difficile comprendere se essi siano realmente esistiti o se addirittura coincidano. Chiaramente i posteri hanno saccheggiato nelle leggende dei vari culti al fine di costruire e santifica la figura del loro fondatore. 

 

Le 24 tirthankara.

Il Jainismo parte dall'ossessione del karman, di quella sofferenza che è l'esistenza alla quale l'anima umana è condannata dal gioco senza fine della trasmigrazione; ma, mentre il brahmanesimo vedeva la situazione dell'anima senza uscita, il Jainismo intravede l'avvenire con ottimismo: lo stato di santità del tirthankara «il santo perfetto», porta alla liberazione dal karman. Il mondo è sottoposto in effetti a una evoluzione ciclica comprendente fasi alternativamente felici (utsarpini ) e dolorose (avarsarpini); in ogni ciclo si rivelano 24 «santi perfetti»: il primo sarebbe stato Risabha che sarebbe vissuto 8.400.000 anni; il ventitreesimo tirthankara fu Parsva, morto 250 anni prima di Mahâvira (cioè all'incirca nel 776 a.C.). Mahâvira è il ventiquattresimo e ultimo tirthankara.

Siva e Aliva.

La realtà è concepita in una visuale dualistica: essa comprende un principio inanimato, materiale (ajiva) e un principio spirituale (jiva) . La sofferenza dell'anima consiste nell'essere sottomessa a questa composizione, a questo karman , conseguenza delle vite passate; essa è «insudiciata» di materia. Per liberarsi dal «karman», bisogna fare uno sforzo personale d’ascetismo: si raggiunge così lo stato della «non composizione», la beatitudine o, ancora, il nirvana. (Differenza con l'induismo: l'individualità dell'io personale non è assorbita nell'anima universale, ma conservata allo stadio del nirvana).
Si arriva al nirvana rispettando le quattro regole di Parseva e aggiungendovi un quinto comandamento: rinunciare ad ogni proprietà personale. In questa vita di purezza estrema predicata dal Jaina, la regola dell'ahimsâ - la non violenza - è di gran lunga la più importante: dei 18 peccati capitali enumerati nei testi, l'atto di uccidere è il più grave di tutti, anche se la vittima non è che un minuscolo insetto. Un giainista rigoroso non mangia la carne di alcun animale, e filtra persino l'acqua che beve per paura di ingerire piccoli organismi viventi e di uccidere senza saperlo o volerlo. 

La dottrina.
L'essenza della condotta jainica è costituita da tre gemme: tri-ratna «la retta fede»; samma-nana «la retta conoscenza»; samma-cariya «la retta condotta». Chi vuole giungere alla liberazione finale «nirvana» deve essere in possesso di tutte e tre queste facoltà.
• La retta fede. Primo contenuto della retta fede è credere nel maestro, quale portatore della verità e trionfatore su ogni ostacolo.  I jainisti considerano l'universo eterno, caratterizzato da un alternarsi di due grandi età (periodi cosmici) che si inseguono senza posa: l'Ossapini (quello che scende) e l'Ussapini (quello che sale); la prima è l'età dell'infelicità e della cattiveria, la seconda è l'opposto.
In ciascuna di queste grandi età vengono al mondo periodicamente oltre a ventiquattro tirthakana (santi perfetti), i dodici cakravantin (monarchi del Bharatavarsa) e ventisette eroi, tre gruppi di nove ciascuno: tutti sessantatré sono chiamati salakapurusa (grandi uomini). Nella dottrina jainica non si contempla un Dio creatore dell'universo, tuttavia è previsto il culto di alcune divinità mutuate al Pantheon brahaminico.
• La retta conoscenza . Strettamente connessa alla retta fede è la retta conoscenza, che può essere diretta o indiretta.
Si considerano facenti parte della conoscenza indiretta e, perciò stesso, imperfetta in quanto mediata:
1) la percezione, o conoscenza attraverso i sensi;
2) la conoscenza attraverso il ragionamento.
Appartengono invece alla conoscenza diretta:
1) la conoscenza trascendentale, o conoscenza dei saggi su presente, passato e futuro;
2) la conoscenza del pensiero altrui;
3) l'onniscienza o conoscenza assoluta, conoscenza propria dei Jina.
Una volta posti questi principi fondamentali, i Jina hanno elaborato un sistema di conoscenza delle situazioni e dei fatti che si definisce dell'indeterminabilità (anckanta-vada), in cui si stabilisce che le cose sono permanenti per quanto riguarda la sostanza, ma transitorie per quanto riguarda la qualità e il loro divenire: cioè ogni realtà può essere vera sotto un aspetto, mentre può essere negata sotto un altro.
L'anima (Jiva), il principio vivente per eccellenza, è in perenne movimento sparsa per l'universo ed è pure illimitata conoscenza. Una volta però imprigionata nel corpo dell'uomo è limitata, a causa dei pensieri e degli atti compiuti dall'individuo o da altri che ne appannano lo splendore quasi come un velo (karman), che si sovrappone condizionandone tutti i movimenti. Solo in seguito a una perfetta osservanza dei precetti della retta condotta da parte dell'uomo, l'anima si libera e può ascendere al nirvana.
• La retta condotta. La retta condotta, terzo elemento essenziale di questa dottrina, riguarda fondamentalmente le due grandi distinzioni tra i seguaci dello Jainismo: quella degli asceti (yati) e quella dei laici (savaga). I primi sono i monaci sottoposti a una vita caratterizzata da una stretta osservanza dei cinque precetti giainici, mentre i secondi sono tutti gli osservanti, i quali, pur riconoscendosi nella dottrina, non sono in grado di sottomettersi alla dura disciplina di questa fede.
Le sculture sacre del Jainismo e gli scismi.
La Parola di Mahâvira fu fedelmente conservata sotto forma di tradizione orale e trascritta circa 300 anni prima di Cristo; ma il testo scritto apparve sotto la sua forma definitiva soltanto nel VI secolo d.C. (la lingua degli scritti jainisti è un antico dialetto dell'India, l'ardhamâgadhi ).
Come ogni altra religione, anche il Jainismo registrò nell'epoca seguente al Mahâvira, scismi, il più importante dei quali fu quello tra il 72 e l'89 d.C., che trova la sua origine in un avvenimento del sesto secolo a.C.
Nel 360 a.C., una parte della comunità jainica, guidata dall'illustre monaco Bhaddabahu, emigrò nel sud a causa di una grande carestia. Al loro ritorno gli emigrati non vollero riconoscere la codificazione dei testi sacri operata dal concilio di Pataliputra, tenutosi nel 30 a.C. dagli antichi correligionari rimasti in patria sotto la guida del monaco Thulabhadda, né vollero adattarsi ad abbandonare la nudità, abitudine favorita dal clima caldo incontrato nel sud, contrariamente agli altri che indossavano una veste bianca. Di qui lo scisma che divise i «vestiti di aria» (digambara) dai «vestiti di bianco» (svetambara).
Con il tempo, anche la redazione del Canone operata nel concilio di Pataliputra, che i digambara avevano rinnegato, venne perdendo diffusione e sarebbe scomparsa se nel quinto secolo dopo Cristo, un monaco non avesse provveduto a una nuova elaborazione. Il Canone, chiamato comunemente Siddharta o Agama, consta di varie parti: i dodici anga (membra); i dodici upanga (sottoanga); i dieci painna (brani sparsi); i sei cheyasutta (regole particolari); i due sutta (regole); i quattro malasutra (regole fondamentali).
La dottrina jainica subì anche l'influenza dell'islamismo, cosa che diede origine alla setta dei lonka, che ripudiò il Canone da cui nel secolo diciottesimo, ebbero origine gli Sthanakvarin, che ripudiarono le immagini e il pellegrinaggio.

 

Jainismo e Buddismo.

Le principali differenze tra Jainismo e buddismo si riferiscono alla concezione metafisica (anima e indeterminabilità dell'Essere) nonché alla teoria della conoscenza.
Grandissima differenza inoltre si ha nell'idea del nirvana, indeterminato, oscuro, enigmatico nel buddismo, chiarissimo e definito nel Jainismo.

I jainisti, attualmente in numero di circa un milione e mezzo, sono sparsi particolarmente nel Panjab, nel Gujarat, nel Bengala e in generale in tutte le grandi città dell'India.
Lo spirito dei suoi seguaci, non incline ad un'attiva propaganda e ad imprimere il senso di universalità alla loro fede, permise loro (contrariamente a quanto avvenne per il buddismo) di mantenersi in India in numero non troppo diverso dal passato. I loro templi, che sono tra le migliori opere architettoniche dell'India (notevolissimi due di monte Abu nel Rajputana), si innalzano in particolare nell'India settentrionale.
I jainisti, dai quali non è ripudiata l’organizzazione castale, si occupano prevalentemente di banche e di ogni sorta di commercio, che non richieda uccisione di animali o distruzione di vegetali, cioè escludono dalle loro attività l'agricoltura, perché l'aratro semina morte.
 
 
Religioni vicine al Giappone e Cina

 
confucio
 
CONFUCIANESIMO
Fedeli: 237.000.000 (8 correnti, 840 Scuole di pensiero politico-religioso) Diffusione: Cina, Giappone
Fondatore: il filosofo e statista Kong Fuzi (551-479 a.C.)
Religione diffusa in Cina che si avvale del pensiero di confucio come regola di condotta morale:
Quello che desideri per te non farlo neppure agli altri


shintoismo
 
SHINTOISMO
Fedeli: 100.000.000 Diffusione: Giappone Fondatore: Shinto
Religione tradizionale giapponese
Il significato è via degli dei
L'uomo buono deve compatire le cattive tendenze degli altri, dalle grazie della loro eccellenza considerare i loro successi o insuccessi come prove.
 
 
ALTRE RELIGIONI
zoroastro
 
ZOROASTRISMO
Fedeli: 150.000
Diffusione: Iran
Fondatore: Zoroastro (o Zarathustra) vissuto nel VII sec. a.C.
Questa religione è la relazione originaria della Persia o Iran sopravvissuta parzialmente alla diffusione dell'islam
Ci sono 2 principi, il bene è il male e insieme hanno creato il mondo
Buona è quella natura che non da agli altri ciò che non è buono per lei
 
RELIGIONI TRIBALI E ANIMISTICHE
Fedeli: 405.000.000
Diffusione: Africa equatoriale, Asia, Oceania

 
 
 
 

 
 



Fonte : https://www.tesionline.it/appunto/546/79/Le-religioni-nel-mondo
https://www.gotquestions.org/Italiano/religioni-del-mondo.html
http://www.arab.it/pilastri.html 
https://doc.studenti.it/download/skip/grandi-religioni-mondo_1.html
http://spazioinwind.libero.it/popoli_antichi/Religioni/RELIGIONI.html
Las Religione en el mundo di Malcom Geller Editric Perymat  ISBN 9788497649490
https://it.wikipedia.org/wiki/Sufismo